L’importante non è partecipare

L’importante è vincere.

Recentemente sono sempre più diffuse le iscrizioni a gare di amatori
che partono con l’idea che, come pare abbia detto De Coubertin
“l’importante non è vincere ma partecipare”.

Io non la penso così.

Ovviamente mi aspetto una montagna di critiche. Ma non mi importa.

Credo che dietro questa frase ci sia solo dell’ipocrisia. O quanto meno una fallace interpretazione del senso del termine gara.

Una gara è fatta per determinare chi è il migliore. I contendenti si
preparano anima e corpo per fare del loro meglio durante la
competizione. Se perdono non sono contenti. Hanno investito tempo e
fatica, sacrificato la famiglia, gli affetti. Hanno sottoposto il loro
corpo ad allenamenti durissimi con lo scopo di arrivare al limite per
sconfiggere tutti. Per primeggiare. Se poi il risultato non arriva non
deve essere un dramma ma quello che conta è l’intenzione.

Per spiegarmi meglio credo che un esempio possa essere chiarificatore.

Lo sport di contatto. Quando si sale sul ring, sul tatami o si entra
in gabbia, una volta chiuso il cancello, tra te e l’avversario, tra te
ed il dolore causato dai pugni, dai calci e dalle leve articolari c’è
soltanto la tua preparazione, la tua determinazione. È una lotta per
la supremazia. Qui viene fuori l’essenza dello sport. Un surrogato
“civile” dello scontro per la vita o per la morte. Senza l’esito
fatale, con regole prefissate, con la tutela dell’arbitro e
soprattutto del rispetto reciproco. Più volte ho sottolineato
l’atteggiamento fraterno dei contendenti delle discipline marziali che
a fine incontro si abbracciano, mischiando sangue e sudore ma con
sincerità.

A prima vista sembra una cosa da bestie. Un po’ è vero, ma in fondo noi
siamo degli animali. In natura per determinare il territorio o la
supremazia nel branco si ricorre allo scontro fisico. Non sempre con
esito mortale. Sovente lo sconfitto si ritira e accetta il verdetto
dello scontro.

Noi abbiamo questo retaggio. Mediato da strutture sociali e culturali
che ci differenziano dalle bestie. Ma tali restiamo.

Quindi, smettiamo di dire che partecipiamo ad una gara perché è bello
lo spirito, ci diverte la folla, vogliamo vedere nuovi posti. La
verità è che vogliamo vincere. Poi magari non ci riusciamo ma almeno
ci abbiamo provato.

Per questo io non faccio gare. Se non ho il tempo e lo spirito per
dedicarmi alla preparazione in modo totale non gareggio. Quanto meno
nella mia categoria devo provare ad essere il migliore altrimenti
lascio perdere.

La gara con se stessi può essere legittima quando ci si approccia ad
una disciplina ma poi viene fuori, deve venire a galla, la
competizione con gli altri. Altrimenti si va a correre per conto
proprio, si pedala in compagnia ed in allegria.

Io preparo atleti. Ciascuno con i suoi obiettivi. Tutti legittimi.

La signora che vuole tornare in forma, il ragazzo che vuole
approcciare la corsa in montagna, l’atleta che prepara una gara e
vuole sistematizzare gli allenamenti.

Non credo faccia bene a se stessi e allo sport un atteggiamento di
rassegnazione. Un partire già sconfitti.

Questo è ciò che penso.

E pazienza se qualche buonista si sente offeso.

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