Genova 2023 Città Europea dello Sport, ovvero: il piano B

Io per natura sono una persona ottimista.
Ma questo mio ottimismo deriva sempre da un atteggiamento di fondamentale prudenza.
Quando mi preparo per un’escursione cerco di arrivarci allenato. A seconda del periodo dell’anno, dell’orario di partenza, della lunghezza dell’uscita, decido in che modo partire, i generi di conforto ed eventualmente dei capi di vestiario in più in caso di cambiamento del tempo.
Non mi faccio mai mancare la possibilità di una via di fuga soprattutto se si tratta di una arrampicata lunga.
Quando invece mi metto a correre o vado in bicicletta, se il giro diventa impegnativo, ho sempre il riferimento cartografico dei punti di ristoro: una fonte d’acqua, un esercizio commerciale aperto.
Ho sempre un piano B.
L’articolo in oggetto è stato subito fonte di entusiasmo.
Pensare a Genova capitale dello sport con tutte le ricadute di carattere occupazionale, economico, sportivo infrastrutturale del caso, mi ha fatto sorgere un sorriso di gioia. Poi ho pensato alla situazione attuale e alla concorrenza.
Glasgow è una città che ha delle infrastrutture straordinaria, l’esperienza della passata gestione dell’evento gioca a suo favore.
Noi invece dalla nostra parte abbiamo:
– l’entusiasmo delle amministrazioni in causa
– un numero elevatissimo di persone che praticano attività sportive
– praticamente nessun impianto sportivo adeguato

I campi di atletica sono una tragedia.
Il fondo: nel migliore dei casi si tratta di Tartan di trent’anni fa.
Villa Gentile, per ultimo a Genova, ha perso quest’anno l’idoneità ad ospitare gare ufficiali di atletica leggera. Ricordo di averci visto Mennea in una finale del Campionato Italiano nella 4×400.
Adesso bisogna recarsi a Cogoleto.
Il Carlini è stato semplicemente ricoperto e nell’impianto del Lagaccio è stata costruito un campo di calcio a sette in una delle due curve dell’anello di atletica.
Correrci è impossibile.
La Sciorba è una struttura fatiscente il cui unico punto a favore è un campo in erba dedicato al calcio.
Il cordolo della pista buttato, dall’ente gestore, nella spazzatura nonostante le richieste, delle società sportive, di conservarlo presso altri siti.
Fatte fuori completamente le possibilità dei lanci: giavellotto, disco, martello, peso. È impossibile il salto con l’asta, le pedane di salto in alto e lungo sono letteralmente devastate, nella pista cresce l’erba, nella zona più in ombra muschi e licheni.
La Sciorba era uno degli impianti di atletica più belli a livello europeo.
Sotto le gradinate era ospitato addirittura un campo al coperto per gli allenamenti invernali di velocità e di ostacoli, adesso per fortuna quello spazio è stato recuperato dalla palestra di arrampicata sportiva.
La gestione non è più comunale.
Così come le piscine.
Le docce prima di entrare in acqua, nonostante i cartelli, sono secche. Un signore della manutenzione, con fare piccato, mi ha detto che non sono più obbligatorie. Avrà forse ragione, ma passare dal gabinetto alla piscina senza doccia equivale a farsi il bidet mentre si nuota.
Non dico nulla sulle docce a pagamento (strana coincidenza). Unico caso tra le regioni italiane.
I bagni, parlo di quelli degli uomini ovviamente, sono indecenti, e sfido chiunque a dire il contrario.
Nella piscina coperta galleggia di tutto.
L’ho frequentata per 4 mesi e ho ritrovato gli stessi pezzi di carta sul fondo per svariate settimane.
O i glitter galleggianti staccatisi dal trucco delle ragazze del nuoto sincronizzato.
E quell’acqua te la ritrovi in bocca.
Ad Albaro, dopo 15 anni e generazioni di atleti bruciate, è stato riaperto un impianto di un’architettura formidabile.
Mi chiedo perché la piscina all’aperto non sia conforme agli standard richiesti per i tuffi dal trampolino da 10 m.
In Italia ci sono pochissimi impianti per i tuffi. Così si perde la possibilità di ospitare grandi eventi estivi.
Le altre piscine non le conosco.
Spero siano in condizioni migliori.
Al Peralto c’è un percorso per correre di 1000 metri.
La distanza è stata segnata a terra ogni 100 metri con un pennello da una mano pietosa.
Il fondo in asfalto è frantumato. Un paio di anni fagli attrezzi per la ginnastica sono stati sostituiti.
Alcuni sono inutilizzabili per l’astrusità dell’esercizio proposto.
Altri sono già danneggiati e mai riparati.
In più non capisco bene l’utilità delle scritte anche in tedesco.
Forse l’azienda fornitrice era trentina, boh.
Il campetto da 200 metri di atletica di Corso Monte Grappa venne rifatto più di 30 anni fa. Adesso il fondo è rigidissimo, tutto crepe e avvallamenti.
Il palazzetto dello sport. Chiuso da tempo immemorabile, verrà presto svenduto dal Comune, a questo punto direi per fortuna, ad una azienda privata.
Ricordo ancora il campionato europeo indoor di atletica.
Conobbi Di Napoli e la compianta Annarita Sidoti.
Adesso tutto giace accatastato nei magazzini.
Così come la pista per il ghiaccio.
Avevamo anche la squadra di hockey.
Ora per tre mesi scarsi abbiamo la fortuna di fruire di una pista microscopica e sempre bagnata, dicono per il vento salmastro, in Porto Antico.
Dopo marzo e fino a dicembre, se vuoi pattinare devi recarti a Milano o a Torino.
Le palestre di ginnastica non sono tutte all’altezza.
Una tra le più blasonate società genovesi ha sede in un ex cinema.
L’altezza dei soffitti non consente tutti gli esercizi di ritmica, come il lancio delle clavette.
E mi fermo qui.
Non conosco direttamente tutti gli impianti sportivi genovesi ma quei pochi che ho raccontato descrivono una situazione vergognosa.
Tutte queste parole per giungere ad una domanda.
Ma se non arrivassero i soldi europei: dovremmo tenerci gli impianti così come sono?
O abbiamo un piano B?

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